La voce di Antonio Megalizzi risuona in noi perché le sue idee continuano a generare futuro
di Andrea Fioravanti
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Antonio Megalizzi porta con sé un privilegio doloroso: poterlo ritrovare nella memoria ogni volta che ne sente il bisogno. Basta chiudere gli occhi, anche adesso, per risentire la sua risata accogliente e la sua voce elegante. Oppure fermarsi per un momento sul suo sguardo sensibile ed entusiasta. È come srotolare una sequenza di fotogrammi, senza audio. Il tempo non cancella il dolore, lo rende sopportabile. Quel peso che all’inizio sembra incontenibile, poco a poco diventa una strana corazza: si indurisce proteggendoci meglio contro forme nuove di sofferenza e si sgretola davanti ad atti di sincera umanità. Perché dopo aver perso una persona così, si capisce davvero che cosa conta davvero nella vita, al di là delle paranoie e delle meschinità.
Ci sono però persone che non sanno chi è Antonio Megalizzi, né cosa accadde nei tragici giorni di Strasburgo del dicembre 2018. Sembra impossibile, per chi c’era, vista l’ondata di affetto dopo la sua scomparsa, dopo migliaia di editoriali, commenti e messaggi di persone da tutta Italia, colpite dalla storia di questo ragazzo dell’Europa che ha perso la vita mentre stava facendo le cose che amava di più al mondo: la radio e il giornalismo. Non è una colpa: è l’effetto del tempo che scorre inesorabile.
Ricordare una persona, quando passano gli anni e cambiano le generazioni, significa sottrarla a una seconda morte, quella dell’irrilevanza. Una persona continua davvero a vivere se ciò che ha creduto, costruito e desiderato riesce ancora a produrre effetti nel mondo.
Da sette anni la Fondazione Antonio Megalizzi lavora instancabilmente per fare in modo che la sua eredità morale e culturale possa parlare anche a chi è arrivato dopo. A chi nel 2018 era troppo giovane per capire. A chi oggi entra in una scuola e incontra il suo nome per la prima volta. A chi magari non saprà mai com’era Antonio in una conversazione privata, ma potrà conoscerlo in un altro modo, nei valori che lo animavano: l’informazione corretta, il pensiero critico, la cittadinanza attiva, il sogno europeo.
La Fondazione ha avuto un grande merito: trasformare il ricordo da sostantivo a verbo. Scegliendo di ricordare in modo attivo, ha impedito che la memoria di un ragazzo straordinario restasse chiusa in una stanza accessibile a pochi, dove custodire soltanto ciò che è stato. Ha aperto porte e finestre, lasciando entrare aria nuova.
Quando la Fondazione promuove attività nelle scuole o in progetti culturali non chiede ai più giovani di provare un sentimento che non possono avere, ma offre loro un esempio da imitare. Non racconta soltanto la sua storia, ma dà gli strumenti per mostrare cosa può ancora nascere da ciò in cui credeva. Fa formazione e informazione per sviluppare un senso critico nei giovani, permettendo loro di diventare protagonisti del futuro. Di questi tempi, non è poco.
Ricordare non significa ripetere meccanicamente ciò che è stato detto l’anno prima o adagiarsi nell’abitudine come custodi pigri e disillusi. Significa chiedersi, ogni volta, che cosa quell’eredità domandi a noi oggi. In un tempo in cui l’informazione corre più veloce della verifica, in cui l’Europa viene spesso raccontata attraverso stereotipi o mistificazioni, in cui la partecipazione rischia di lasciare il posto all’indifferenza, ricordare Antonio vuol dire scegliere di lavorare ancora su ciò che per lui contava. Non perché il mondo debba rimanere fermo a com’era quando lui c’era, ma perché alcune idee hanno bisogno di essere continuamente riattivate per non spegnersi.
Per questo servono i progetti, le scuole, gli ambasciatori, le maratone radiofoniche. La Fondazione porta concretamente avanti il sogno europeo di Antonio, rinnovando il suo linguaggio e permettendo che un’esperienza individuale diventi un patrimonio collettivo. E ogni iniziativa che consente a una ragazza o a un ragazzo di comprendere meglio l’Europa, di interrogarsi sulla qualità dell’informazione, di sentirsi parte di una comunità democratica, fa vivere Antonio.
Se dopo quasi otto anni da quei tragici giorni di Strasburgo la vita di Antonio continua a generare scelte positive, allora non appartiene soltanto al passato. È ancora qui con noi. La memoria viva funziona così: non imbalsama un corpo, semina per generare nuovi raccolti. È il contrario della retorica che Antonio tanto odiava e che ha sempre combattutto con la sua feroce ironia e naturale simpatia. La retorica consola chi parla e lascia agli altri il vuoto; la memoria autentica accende gli animi e impegna chi ascolta.
Il 15 maggio Antonio avrebbe compiuto trentasette anni. Mi chiedo costantemente quanto sarebbero state migliori e più ricche le nostre vite con la sua presenza. La risposta, purtroppo, non l’avrò mai. Ma tengo stretta una certezza incrollabile: finché esisterà la Fondazione Antonio Megalizzi, so che le sue idee non moriranno mai. Perché una persona resta davvero presente quando il suo esempio continua a modificare il modo in cui altri stanno al mondo. Una memoria che non riesce a parlare ai giovani rischia di diventare rituale; una memoria che li rende partecipi diventa futuro. Allora, non fermiamo la sua voce: lasciamo che risuoni nelle nostre orecchie per sempre: era così bella. Anzi, lo è ancora.